“Partenza da un mattino freddo”, di Antonio Seccareccia. Lettura critica

 

seccareccia

Bello di intensità e piacevole da leggere questo romanzo di formazione postumo (Partenza da un mattino freddo, Perrone, 2007, pp. 288, Euro 15) dove Antonio Seccareccia (1920-1997), in una chiave estetica sinceristica che proietta senza filtri sulla pagina tutte le emozioni del protagonista, ingloba e trasfigura con efficace sintesi poetica la propria vicenda biografica. Il percorso narrativo segue la maturazione umana, civile e politica di Marco Marini, alter ego dell’autore, ovvero il frantumarsi progressivo, a contatto e contrasto con la realtà feroce della Vita e della Storia, del suo guscio originario di “ragazzo contadino nascosto alla morte”. La vicenda è ambientata negli anni orribili della seconda guerra mondiale. Marco è un giovanotto inesperto di Galluccio, paese in provincia di Caserta ma ai confini con la Ciociaria; precocemente adultizzato, ha trascorso un’esistenza tutta casa e lavoro, nei campi da mattina a sera. “Avevo cominciato a lavorare così come un adulto da quando avevo 14 anni, (…) le mani mi si erano prima gonfiate e poi rotte a sangue. Poi ci avevo fatto l’abitudine e neppure i lavori più pesanti e ingrati riuscivano a stancarmi”. Pur amando la sua terra, ha deciso di lasciarla per arruolarsi nei Carabinieri: sarebbe un incomparabile balzo sociale, il lavoro in campagna è massacrante e sottopagato. Ecco dunque il giorno della partenza, che sopraggiunge attraverso una radice dubitativa di kairòs, di svolta probabilmente decisiva: “mi chiesi se la mia vita stava davvero per cambiare”. E così difatti accade, a partire da quel mattino “freddo e terso di febbraio” che lo introduce all’esperienza vera del mondo e delle cose.

Armato di una “vecchia valigia legata con lo spago”, alla maniera degli emigranti, Marco parte con la corriera per Napoli, dove sosterrà le visite preliminari. Pur essendo già stato un’altra volta a Napoli, si tratta del suo “primo vero viaggio” che dunque finisce per assumere contorni mitici: “Napoli, il mare… A Galluccio, chi l’aveva visto ne parlava come di una favola e diceva: – Guarda: il mare è da quelle parti –, indicando con la mano una specie di miraggio in fondo alla valle a sud. Ma per un ragazzo era difficile spingersi fin laggiù per scoprire, finalmente, il mistero di quella sottile striatura azzurra che la gente chiamava la marina”. È come un uccello che, ancora maldestro anche se non più implume, sentendosi ormai abbastanza forte delle sue ali obbedisca all’impulso di avventurarsi al di fuori del nido dove ha vissuto fino a quel momento: “io non mi ero mai allontanato da casa e non avevo visto ancora un film, né fatto l’amore, né trascorso una notte in città”. Ebbene, il romanzo è la storia del progressivo infittirsi di segni ed esperienze sul candore intonso di questa tabula rasa; ché poi, per Marco, il vero nido non è stato tanto la terra, dura e ingrata, dove ha precocemente sostenuto il macigno della fatica, quanto piuttosto lo spazio intimo e sicuro della sua casa (l’affetto premuroso della madre e della sorella, il “bel caldo” della cucina, la dolce allegria del focolare acceso) contrapposto al buio “oltre i vetri”, cioè il mondo con le sue insidie, dal cielo “stellato e freddo” al male che domina la Storia, al tradimento familiare del padre che è emigrato in Canada e non ha più dato notizie di sé. Arrivato a Napoli, Marco avverte subito il contrasto fra la campagna e la città, cioè tra il mondo arretrato della miseria imperante e quello organizzato e libero della civiltà (a Napoli “la gente viveva da signori”, “c’era gente seduta al sole davanti ai negozi o sulle panchine”), da cui la spontanea considerazione: “Che potrei fare a Galluccio? Ormai s’è capito: chi può se ne va”. La città è un liquore inebriante, “ti entra nel sangue come una malattia”. Marco è disorientato, Napoli di sera “era tutta scintillante di luci e io non riuscivo ad orientarmi, né a riconoscere le vie”: percepisce “il grande respiro della città”, città di mare e portuale, da cui partono i bastimenti per l’America con gli emigranti che salutano chi resta “agitando le braccia o i fazzoletti”. Un senso di apertura e libertà che potrebbe favorire, se davvero lo volesse, l’esperienza tanto sognata dell’iniziazione sessuale (“sarei andato a letto con una donna, avrei fatto per la prima volta l’amore… Insomma sarei quasi diventato un altro e avrei cominciato una nuova vita”): naturalmente al casino, com’era in uso ai quei tempi, ed è proprio questo che lo turba e lo inibisce. Marco è molto ricettivo al fascino femminile (basta lo sguardo di una donna per mettergli il cuore “in subbuglio”), ma ha una sensibilità che gli impedisce di sverginarsi in un contesto così volgare e ordinario: “siccome non avevo mai fatto ancora l’amore, non volevo cominciare proprio in una casa di tolleranza”.

Passa le visite, viene arruolato e mandato a Roma, presso la Scuola Allievi di via Legnano. Serpeggia tra le reclute la paura di compromettere tutto, proprio all’inizio, per qualche banalissimo errore: “nessuno di noi voleva correre il rischio di doversene tornare a casa sua a fare ancora il calzolaio, il barbiere, il contadino per poche lire al giorno”. Ed ecco l’arrivo in treno a Roma, “un punto dell’orizzonte tutto formicolante di luci” che “facevano pensare ad un pezzo di cielo stellato caduto nell’immensa pianura notturna”. Marco si dà coraggio e prova a persuadersi di aver fatto la scelta giusta: “cercavo di convincere me stesso che la mia vita era cambiata e sarei andato avanti così per almeno vent’anni”. Ma anche la vita di caserma è dura, con la sua ferrea disciplina, gli innumerevoli divieti e le ronde sempre in agguato anche durante le libere uscite, per cui di conseguenza “c’immaginavamo Roma come una città ostile e piena di trappole, pronte a scattare al più piccolo passo falso”, tanto da smorzare la voglia di uscire. Poi però escono lo stesso facendo “castelli sul modo di passare la sera in città”. Non sanno dove andare e allora si avviano “alla cieca in direzione del Tevere”. Devono rientrare in caserma entro le 21, e ogni volta tornano “stanchi e delusi”: Roma è troppo dispersiva e tentacolare per delle giovani e sprovvedute reclute di provincia. La formazione degli allievi prevede un fitto programma di lezioni teoriche e pratiche. Marco non capisce a che servano in realtà “tutti questi salti e queste corse sfrenate per il cortile, questi inneggiamenti al Re e questi fascisti col fez che vengono ogni tanto ad osservarci e forse già pensano di spedirci in Africa”. Non gli piacciono codici e regolamenti, ma i libri di letteratura con le loro parole “nuove e oscure” da cui è affascinato “come da una musica e da una luce insieme” che gli apre orizzonti di “una terra infinita e sconosciuta”. Già a Galluccio aveva sentito predisposizione per le lettere (“da ragazzo avevo fatto appena le elementari, però m’era sempre piaciuto molto leggere e consideravo i libri come dei piccoli talismani”), ma lì non c’erano libri, sicché “era stato anche per conoscere il mondo e poter avere dei libri” che aveva deciso di entrare nei Carabinieri. La lettura è una via di emancipazione e di crescita, capace di sottrarlo ai limiti e agli impedimenti dell’origine popolare e provinciale, tanto che Marco spende parte della diaria per acquistare libri.

Una sera esce da solo e conosce una ragazza, Lidia, con cui prende appuntamento per rivedersi. E subito si sente in armonia: “la rivedrò e passeremo una serata insieme (…). Sarà la mia prima sera con una donna che non sia una puttana. Ed anche un punto d’incontro, un tramite vivo tra me e la gente, tra me e la città. Da oggi in poi non mi sentirò più solo, a Roma”. E infatti scrive, di lì a poco: “Da quando la conosco mi sento più tranquillo e la città non mi fa più paura”. Al primo appuntamento con Lidia riesce a baciarla, per poi coglierne lo sguardo “profondo e dolce”. La donna gli appare come un lievito magico che dà senso e vita ad ogni cosa, un fulcro basilare di equilibrio: “Tutta la mia vita era precaria, ma non potevo stare senza voler bene a una donna e sentire che lei ne volesse a me”. Proprio i primi tempi della nuova vita in caserma, la madre gli comunica che il padre si è rifatto vivo scrivendo una lettera in cui chiede che Marco lo raggiunga in Canada. Marco non ha mai conosciuto suo padre, partito quando lui era piccolo. “Ripensai a tutte le volte che da ragazzo avevo desiderato di conoscere mio padre: di guardarlo in viso e di essere guardato da lui, di vedere che occhi avesse e di sentirmi chiamare da lui, di andarci insieme in chiesa e alle fiere e di lavorarci insieme e sentire il suo sudore”… Ha perciò la tentazione fortissima di “piantare tutto” e andarsene in Canada, ma poi lo blocca l’incognita del futuro: “cosa avrei fatto una volta laggiù, senza un titolo di studio né un vero mestiere?”. Allora scrive, direttamente al padre, che lo ringrazia ma per ora non può raggiungerlo, deve completare la “ferma” di tre anni nei Carabinieri. La porta americana, che per un attimo si è aperta prospettando una svolta incommensurabile al suo destino, si richiude per sempre. Frattanto la vita di caserma gli insinua dubbi e perplessità sul rapporto tra divisa e religione. Ad esempio la cosiddetta “preghiera del combattente”: “Dio doveva aiutarci a vincere, ossia a uccidere i nostri nemici; i quali però – è ovvio – non se ne stavano zitti con le mani in mano, e per mezzo dei loro preti chiedevano allo stesso Dio di aiutarli ad uscire dalla mischia altrettanto vincitori, cioè ad uccidere noi… A questo punto mi chiedevo che cosa potesse pensare Dio dei nostri imbrogli”. Ragionamenti che sorgono spontanei al pensiero di un uomo sincero, autentico, intellettualmente onesto, quale Marco è, e di cui Antonio Seccareccia è abilissimo a farci sentire l’intima sostanza spirituale – anche per la natura autobiografica del personaggio. Le crepe interiori che cominciano a profilarsi non opacizzano tuttavia l’ebbrezza per le gioie dell’amore e della gioventù, quella strana febbre di vita che proprio le difficoltà rendono più accesa e che lascia in bocca un sapore “di disperazione e di primavera incipiente, di giovinezza e di lutto, di pianto trattenuto e di prati lontani, di abbrutimento e di poesia”. Roma gli piace sempre più, man mano che si ambienta e si rilassa, nella misura in cui impara a gustarne le atmosfere, gli odori, i suoni, “le voci vive della gente” che salgono dalla strada. Sono e sanno di Roma anche “le lunghe gambe morbide e calde di Lidia”, con cui una sera – dopo il cinema – Marco s’apparta e finalmente fa l’amore. “Disse che forse ciò che stavano per fare era una pazzia, ma lei lo aveva spesso desiderato. – Anch’io – dissi. Poi le andai sopra e la presi”. Ecco la reazione psicologica alla sua vera “prima volta”: “Ad un tratto mi tornarono in mente certe mie paure e tremori di ragazzo a proposito dell’intimità tra un uomo e una donna. Per quanto mi fossi lambiccato il cervello, allora, non ero riuscito a immaginare la cosa fino in fondo, soprattutto l’intensissima emozione che uno può provare”.

Poi però Marco viene trasferito a Bari e con Lidia non si rivedono più. Gli resta l’immagine dei suoi occhi e “il profumo del suo corpo insieme acuto e dolce, come di certe erbe e certi fiori selvatici di mattini lontani”. Giunto a Bari, anche forse per dimenticare Lidia, Marco va con una prostituta, Carla, ma le si abbandona con un trasporto che la dice lunga sulla sua natura sentimentale e, nel complesso, ancora ingenua. Marco è un uomo fragile e consapevole di esserlo: “Il mio equilibrio” annota tra i ricordi “è come un filo sottilissimo che potrebbe spezzarsi da un momento all’altro, al più piccolo urto”. Si rafforza, invece, “l’idea fissa dei libri” come strumento di conforto e di crescita umana. Leggendo non si sente più solo, sicché “ogni tanto andavo a fare un giro per le librerie. Mi piaceva guardarli nelle vetrine, tutti in fila, coi loro titoli invitanti e le belle copertine a colori, e quando potevo acquistarne uno, me lo stringevo sotto il braccio come un amico e tornavo in caserma contento. In quei momenti, mi dicevo che un libro, per quanto non sembri, aiuta un uomo a formarsi, a capire se stesso ed a sopportare le avversità”. Ma anche a “ribellarsi alle ingiustizie”, per cui “un libro è come una carica esplosiva che può far saltare tutto in aria”. La cultura come alternativa a un mondo ingiusto e come strumento di trasformazione del “pianto segreto”, sotteso al dolore e alla tristezza del tempo, in “luce viva e forza” da spendere per cambiare le cose, giacché – ormai Marco lo ha capito – “la vita è dura dovunque e comunque”. La narrazione, come si è visto, si intreccia spesso con il filo dei pensieri del protagonista, i suoi ricordi, i suoi sogni, soprattutto le sue riflessioni da autodidatta e – dato che poeta nascitur – futuro scrittore in pectore. Un esempio: “avevo capito che nella vita si ripetono tante cose. Le circostanze di un incontro, il profumo che si lascia dietro una sconosciuta, l’inspiegabile speranza di un mattino. Od anche le parole di un discorso che si ascolta per caso, passando – perfino la voce che le pronuncia o l’eco del suo improvviso ridere –, il cui senso ci appare così familiare che ci chiediamo, smemori, dove e quando l’abbiamo già sentite prima”.

Infatti il romanzo può essere letto anche come diario retrospettivo della lenta e faticosa ma progressiva e tenace formazione di un intellettuale del popolo, che impara ad attraversare l’esperienza (sua personale e collettiva) per metterne a frutto l’intrinseco valore universale, emancipandosi oltre gli impacci e gli imbarazzi della sua estrazione, nonché di un periodo storico oltremodo ostile. Sogna e promette a se stesso che un giorno, “a forza di studiare e di leggere”, diventerà qualcuno. E tuttavia, nonostante l’ampliarsi dei suoi orizzonti critici, resta “candido”, cioè ingenuo, emotivo e facilmente suggestionabile. Ha evidentemente bisogno di qualcosa di forte in cui credere, per cui a un certo punto si lascia contagiare dalla retorica di regime e decide di presentare “domanda di assegnazione ad un reparto mobilitato”, preferibilmente coloniale. Si è messo in testa di diventare un giovane eroe. Viene assegnato a “Rodi – Egeo”. La madre lo incoraggia per lettera. Marco arriva a Rodi ed è colpito subito dalla sua luce “che non veniva soltanto dal sole, ma emanava dall’aria stessa, dalle sue vie a misura d’uomo”. Rodi è un’isola “anche nel tempo”, come bloccata nella sua eternità mediterranea: le donne hanno “il viso scolpito e gli occhi di mistero delle antiche sacerdotesse”. Marco è però inquieto e scontento, sostanzialmente incapace di essere felice altrove che a Galluccio, in quella campagna che “alle soglie dell’estate era come un immenso mare verde, coi suoi campi di grano in fiore, di prato appena falciato, di ciliegi rossi e boschi di castagni” dove tutto odorava in modo diverso e dove lui, malgrado gli stenti e le fatiche, si sentiva meglio che in qualunque posto del mondo. Si sente disperso e non riesce a “vivere appieno, senza cioè uno schema prefisso che non fosse in realtà uno scheletro di vita”. I libri per fortuna lo rafforzano, lo rendono più sicuro, sono sempre più un’ancora di salvezza. Quando torna da Rodi, in licenza, l’Italia è ridotta un mucchio di macerie. A casa, gli abbracci indicibili con la madre e la sorella. È stanco e provato, vuole “fare la cura del sonno e scordare questi brutti anni”. La guerra è stata una iniziazione terribile ai misteri della morte e della sua intangibile presenza (“un nome senza più corpo, voce, volto o passo”), ma gli ha fatto pertanto capire che “è solo la vita che conta, ed anch’essa ridotta all’essenziale”. Marco ha smarrito ormai l’entusiasmo che lo aveva spinto verso Rodi: “pensavo che anzi avrei fatto meglio, allo scadere della ferma, a piantare tutto e a tornarmene a Galluccio a fare il contadino. In quei cinque anni, infatti, non avevo concluso nulla di buono e la mia vita era stata un disastro sotto ogni punto di vista”. È cambiato lo scenario; è accaduto “qualcosa di grave, anzi d’irreparabile” e si respira “un’atmosfera di smarrimento e rassegnazione”, i soldati camminano come se portassero “un grosso peso dentro”.

Di lì a poco, Marco va incontro a una grave crisi esistenziale: “in me si stava aprendo un vuoto che altri e più vasti ne avrebbe richiamato”, a mo’ di frana; un vuoto che deve attraversare fino in fondo se vuole trovare “qualcosa di solido contro cui puntare i piedi”. Vive “interminabili elucubrazioni notturne” che lo spingono a “scavare senza pietà” in se stesso e a “mettere a nudo” le proprie radici. Questo esame di coscienza di un soldato deluso e macerato dagli eventi comincia dalla scansione della vita vissuta fino a quel momento. Quando era un ragazzo aveva ancora “la più cieca fiducia negli uomini”. Adesso si rende conto di essere stato ingannato: ciò che gli hanno fatto credere in caserma era effimero, se cambiano gli eventi cambiano i valori, i simboli, i codici, le parole. Poi, il vuoto di Dio che si è dileguato “dietro più vasti orizzonti” nel momento in cui la religione ha manifestato le crepe delle sue contraddizioni e l’impossibilità di spiegare gli orrori della Storia. Inoltre, la volubilità del popolo, i rapidi e opportunistici cambi di direzione delle “folle voltagabbana”: “nelle stesse piazze e vie erano comparse altre folle le quali, con altre bandiere e labari e marchi e stemmi, agitavano le braccia in altri gesti (…) e con l’antica voce urlavano nuovi slogan. Ma che stava succedendo? Dov’era finita tutta quell’altra gente? E le stesse città, che un tempo erano state “fasciste della prima ora”, come s’erano potute trasformare così presto in città “rosse?” Inquietudine, angoscia e disperazione si inquadrano certamente nella sindrome tipica del reduce di guerra: Marco è preda di incubi, “come se ormai per me” scrive “fosse caduto ogni limite tra l’inconscio e la realtà”. Conserva peraltro la voglia di riemergere e guarire (“desideravo con tutte le mie forze una luce”), e per qualche giorno si aggrappa al ricordo di Eleni, una ragazza greca di Lindos con cui ha trascorso giorni unici che “non sarebbero più tornati” e che gli fanno provare “amore e dolore insieme”. Ma è profondamente “deluso, umiliato, schiacciato” dalla Vita e dalla Storia, come un relitto che sta andando alla deriva. Così a un certo punto raccoglie la sua nausea e la sfoga, come in un gesto liberatorio, sputando con rabbia contro l’uniforme, contro la società – “foresta pietrificata nella quale ci stavamo perdendo tutti” –, contro la guerra “che nessuno avrebbe potuto più cancellare dai miei ricordi”, contro le “caserme vecchie e fredde in cui avrei dovuto trascorrere la maggior parte della mia vita se avessi voluto continuare la carriera come sperava ancora mia madre”, e insomma contro tutto il buio che ha determinato la condizione in cui si trova amaramente costretto, dopo tante speranze, a dibattersi. La verità è che si è pentito di aver scelto la vita militare: quando faceva il contadino era povero ma tutto sommato libero, e spesso cantava con allegria durante la fatica. Inoltre era sollevato dal “contatto con la natura che mi aveva nutrito e allevato come una seconda madre. Perciò adesso mi sentivo come un albero con le radici di fuori, privo del suo humus (…). Oh come avevo sbagliato a partire! Il mio paese era anche il mio paesaggio ed io ero parte di esso: come un albero”. E con ciò si chiude il cerchio dell’esperienza, laddove si consideri che nelle pagine iniziali Marco si era chiesto se “anch’io, come la maggior parte dei ragazzi della mia età, ero destinato a vivere e morire come un albero in mezzo alla terra, senza vedere ciò che c’era oltre i monti e le colline che chiudevano la nostra valle”. Tra il “prima” e il “dopo”, ha visto e vissuto abbastanza lo schifo del mondo da desiderare con irresistibile nostalgia il ritorno al “nido”. Da cui il dilemma che ora lo tormenta: restare nei Carabinieri o tornare per sempre a Galluccio? Natura o Storia? Dove agganciare l’esperienza e la cultura nel frattempo accumulate? Continuare a strapparsi le vesti e a ferirsi le carni nell’aiuola che ci fa tanto feroci, o rinnovarsi nella salute primordiale della terra, medicando e smemorando le ferite dentro il ciclo dei suoi “tempi biologici”, a contatto diretto con l’eternità? La Natura, difatti, si staglia in tutto il romanzo come una forza salvifica poiché vergine e sublime nella sua innocenza di fondo, benché a suo modo terribile e feroce. Galluccio è “un accampamento al riparo della montagna”, la “grande montagna di pietra sospesa come un’enorme luna spenta”, e quando il vento di tramontana soffia di notte fa pensare a “un grande fiume in piena sepolto nelle profondità” di quelle rocce. Ma la terra è madre dolcissima nei ricordi mitici dell’infanzia: “mi stendevo per dormire sotto un albero, e prima di addormentarmi sentivo il canto delle cicale ondeggiare da un albero all’altro prima di perdersi nell’infinito del meriggio di luglio”…

Marco prende una breve licenza e torna a Galluccio per riflettere. Trova cumuli di macerie fisiche e morali, soprattutto “la pena segreta della gente”. Confessa alla madre e alla sorella di non essere felice. La sorella gli dice: “Che faresti a Galluccio? Te la senti di tornare a fare il lavoro che facevi una volta?”. Proprio quella è la realtà drammatica e spietata dell’esistenza: qualunque cosa tu scelga o faccia, avrai sempre un prezzo salato da pagare, e altro da rimpiangere. L’alternativa alla divisa è la fatica perpetua della terra, che forse con gli anni Marco ha un po’ dimenticato, e il probabile rimorso futuro di lasciare la vita del carabiniere. Ma c’è di più. Anche il paese, dove per un attimo ha desiderato di tornare, è cambiato per sempre: “la guerra e i predicatori di zizzania ci avevano fatto perdere i nostri antichi e sani principi”, e “dove stavano dunque il paese e la gente che io così ostinatamente a lungo m’ero portato nel cuore e tra la quale avevo addirittura sognato di tornare a vivere? Dove stava Galluccio di una volta?” Ecco l’ultimo stadio del percorso formativo: “Neppure la mia terra era più mia”. Marco capisce che anche quella era soltanto un’illusione: ci stava bene, a Galluccio, perché era ragazzo e non conosceva ancora le difficoltà della vita. Ora il “ragazzo contadino nascosto alla morte” non ha più appigli né ripari: si è trasformato in un uomo maturo che dovrà trasformare la consapevolezza della morte in forza positiva e propositiva di cambiamento, per sé e per gli altri. Come a dire: pessimismo della ragione e ottimismo della volontà. La soluzione futura sarà presumibilmente quella di continuare ad appartenere alla Storia ma utilizzare la cultura per trasformare l’uomo, cioè la parola e il pensiero, in direzione di un ritorno alla Natura, intesa anzitutto come “natura delle cose” e quindi richiamo di essenza e autenticità. Che poi è il percorso stesso compiuto da Antonio Seccareccia, carabiniere, libraio, animatore culturale e soprattutto scrittore emblematico di un ‘900 letterario prezioso e umile, ma non meno importante, da tornare a leggere e studiare.

Marco Onofrio

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