“Il cappotto del nonno”, di Francesco Sisinni. Lettura critica

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Francesco Sisinni

Definito in copertina come “romanzo storico”, Il cappotto del nonno (Iride-Rubettino, 2006, pp. 204, Euro 12), di Francesco Sisinni, sfugge in realtà al riduzionismo di una classificazione qualsivoglia (sia pure di romanzo): è molto di più. Considerato globalmente nel suo arco di sviluppo, dà la sensazione di un mirabile affresco di Vita, che della vita assume tutti gli aspetti: anche la violenza e i risvolti oscuri e irrazionali (come il caos storico-sociale, la guerra, le lotte fratricide tra popoli e persone), ma anche la gioia della fede e il dono dell’estasi divina. È un libro denso di realtà: concrete e spirituali, sensibili e soprasensibili, fisiche e metafisiche, temporali ed eterne. La scrittura – vivida, prensile, multisensoriale – lo rende ricco e ammaliante di suoni, colori, odori. Ma Sisinni “narra”, oltre che descrivere: fa cioè rientrare ogni dettaglio nella spiegazione complessiva di un mondo che non ha ancora perduto il senso della “totalità”. Per questo egli può ancora enumerare e articolare i valori eterni dell’uomo, senza timore di scrivere parole con l’iniziale maiuscola: in perfetta, consapevole controtendenza rispetto all’etica politeistica, relativista e desacralizzata, così di moda nel sentire contemporaneo. Sisinni parte, coerentemente, da un concetto “alto” di cultura come strumento di crescita umana, a livello sociale e individuale. “La cultura, per esser tale, deve restare in alto, non deve cioè abbassarsi alla gente, ma deve innalzare a sé la gente”. Ed è tale se anzitutto consente di attualizzare la memoria, richiamando in vita uomini, cose e valori. Naturalizzata dunque come attitudine, come habitus mentale, come ricchezza di vita interiore. Giuseppe (così come Sisinni) “non riusciva a pensare senza far ricorso a fonti e ricordi letterari”.

Il romanzo parte dalla bellezza calma e piena delle tradizioni, che puntellano – con cadenza rituale – il percorso dell’uomo attraverso i valichi del tempo, sostanziandone la capacità di riconoscimento e di autorappresentazione. Ad esempio i riti salvifici del Natale: la costruzione e l’esposizione del presepe, la messa di mezzanotte, la processione, la deposizione del Bambino nella grotta, le “zeppole calde inzuppate di miele” (con tutto il potere di rammemorazione e di tempo ritrovato che ognuno di questi elementi riesce intensamente a sprigionare). All’inizio della narrazione c’è l’incontro con un protagonista fittizio: nonno Francesco. Ha un rapporto privilegiato con l’omonimo nipote. Poi il nonno muore, e Francesco il nipote trova, nel suo cappotto, un fascio di fogli manoscritti, intitolato “Giuseppe e i suoi sogni”. È la storia di un loro avo, Giuseppe, vissuto tra Settecento e Ottocento. Naturalmente è, a livello narrativo, il classico espediente del “manoscritto ritrovato”. Questo introduce nel libro un opportuno cambio di prospettiva: il vero protagonista del romanzo è in realtà Giuseppe. Il cappotto del nonno, lungo e vecchio (“pendeva da tutti i lati delle cuciture (…) le tasche particolarmente gonfie”) diventa una metafora del tempo che si innesta nella storia, col fardello dei secoli e dei giorni. E quindi l’onore e l’onere dell’esperienza, e il valore del passaggio che ci rende umani. Leggiamo allora il percorso terreno di quest’uomo, a partire dal noviziato nel convento dei Cappuccini di Lauria (la Lucania è terra dalle forti radici francescane: ben 117 insediamenti); poi Napoli, dove affronta gli studi teologici; poi Roma; poi il ritorno a Lauria, e il turbamento d’amore per Caterina, bellissima trovatella del posto, che lo corrisponde: Giuseppe lascia momentaneamente il convento, sospeso “a divinis”; vive un’estasi d’amore nel casino di caccia di Caterina; torna al convento. Caterina, incinta di Giuseppe, partorisce Francesco e muore nel darlo alla luce. Giuseppe ripara in Argentina, dove insegna teologia e viene anche tradotto in prigione per un equivoco; ritorna in Italia dopo anni; si rifugia in solitudine ascetica nell’isolotto di Santo Janni, dove infine morirà.

Giuseppe dipinge, soprattutto acquarelli che i confratelli definiscono “paesaggi dell’anima” per la levità dei colori, le delicate sfumature e le tenui dissolvenze, vibranti di luce di aurore più sognate che vissute (ed è il modo tipico che Sisinni usa per descrivere – splendidamente – la natura, che ama con un trasporto spirituale vicino spesso alla commozione). La natura è un arabesco dorato di soffuse, cangianti sfumature; è scala coeli per raggiungere la comunione con Dio creatore; è “liturgia epifanica della Bellezza”, tesa al virgineo nitore del primo mattino del mondo. Giuseppe vive l’esistenza in chiave problematica. Affronta le cose con attitudine interrogante. Il suo è un percorso di ricerca senza fine: un itinerarium mentis in Deum. La sua ansia di conoscenza è mossa da amore forte e sincero, alimentato dall’esercizio sincero dell’umiltà, che è anzitutto coscienza di non sapere. Il suo pensiero si approfondisce verso una sempre più chiara conoscenza “dell’uomo rispetto a se stesso, ai suoi simili, alla natura”, in cerchi concentrici sempre più vasti, fino al punto supremo da cui tutto origina e si fonda: Dio, Sommo bene e Termine d’ogni percorso. Giuseppe si abitua ad annotare impressioni e suggestioni per “tesaurizzare” fatti e momenti significativi, su cui tornare a riflettere. Sono cose così grandi e inesauribili da pensare, che il tempo non basta mai. Non basta una vita intera per sgranare il mistero vivente di Dio, per magnificare e onorare la gloria infinita della Sua Bellezza. Giuseppe ascolta la voce eloquente del silenzio, la “mistica caligine” attraverso cui entra in colloquio con lo Spirito Santo e si immerge nel mistero trinitario. È questa capacità di ascolto sovrumano, questa purezza infuocata del cuore, questo senso sublime dello stupore, che lo portano a comprendere la preziosa unicità di ogni cosa: “Ogni frammento di vita è per la storia prezioso come l’obolo della vedova”. La potenza del Tutto si manifesta dentro ad ogni parte, ogni frammento: il mare e il cielo sono immagini e respiro dell’infinito. Trascorre così ore ed ore di meditazione sui grandi problemi dell’essere e dell’esistere: il tempo, la libertà, la giustizia, la bellezza… È lacerato dal contrasto tra fede e ragione, ovvero tra restrizioni ecclesiastiche, imposte dal voto dell’obbedienza, e inquietudini libertarie di stampo umanistico e illuministico, che traduce nell’aspirazione a ordinamenti più aperti e democratici per il bene del popolo. L’Umanesimo vede l’uomo che prende potere di se stesso, affrancandosi dalla teocrazia e scoprendo una nuova forma di felicità terrena, che lo rende orgoglioso e libero di sentirsi finalmente arbitro del proprio destino, faber fortunae suae. Ma Giuseppe sente che tra gli estremi della fede teocratica e della ragione divinizzata (cioè tra Medioevo e Illuminismo) c’è la media virtus della ragionevolezza giusnaturalistica, già recta ratio degli antichi. Cristo è “il” cardine, principio e termine d’ogni cosa: fondamento che la regge dall’interno. La libertà non si conquista in modo sanguinoso, con la ragione della forza, ma con la forza della ragione, con l’osservanza della norma etica, ovvero della legge naturale. Come la “repubblica comunitaria” fondata dai Gesuiti in Argentina, nella quale il comunismo “concretamente attuato, era unicamente quello voluto dal Vangelo di Cristo, che non ha bisogno di essere ateo per dare il giusto valore alla materia, che non deve abolire la proprietà privata per condannare il plusvalore e l’ingiustizia sociale, e che per essere dalla parte del popolo non deve appiattire la persona nella massa, ma deve piuttosto esaltarne l’individualità unica ed irripetibile nella sua dignità”.

La rivoluzione, peraltro, è un fatto individuale, prima che collettivo. È un bene intimo che l’individuo raggiunge con l’impegno di tutta la sua persona sulla via della purificazione spirituale (anzitutto dalla schiavitù delle passioni). Ed è una ricerca senza fine: la faticosa ma esaltante marcia di avvicinamento all’Assoluto. Il “vero” è qui inteso in senso platonico: coincide con il “bello” e con il “bene”. Il male è defectum boni: lacuna del bene, assenza di Dio, ombra dove il sole non arriva. Chi pratica il male, ignora il bene; chi conosce il bene, non può non farlo. Giuseppe capisce che non c’è pace senza giustizia; ma non c’è giustizia senza libertà; e non c’è libertà senza verità. Cristo è verità; dunque libertà; dunque giustizia. È un vessillo fulgido da sventolare, appetto a un mondo secolarizzato che ci scandalizza, per scandalizzarlo a nostra volta: un mondo fondato prevalentemente sulle logiche dell’utile, segnato dalla scomparsa progressiva dei valori, dall’eclissi di Dio, dal relativismo estremizzato, che porta al nichilismo, alla disperazione, alla morte. Altro spinoso conflitto interiore è tra l’obbligo del celibato sacerdotale (garanzia di dedizione esclusiva alla Chiesa – anche se “di donne è pieno il Vangelo”) e la naturale pulsione amorosa, che porta Giuseppe a congiungersi, carnalmente e spiritualmente, con Caterina. Il casino di caccia dove si rifugiano è una sorta di isola dell’Utopia, un’Atlantide incantata dove ritrovare lo stato di grazia edenica, la libertà assoluta dell’essere, un mare dolcissimo di felicità e di pienezza esistenziale. È una gioia troppo bella per essere tutta loro e tutta vera: e infatti l’incanto si spezza, l’eden è perduto. La domanda sorge spontanea: che male c’è? Chiede Caterina ai due confratelli – il padre guardiano e don Filippo – venuti a “riprendersi” Giuseppe: “Come potete voi, uomini di Dio, vedere in un amore sincero e perciò puro un’offesa al Signore, che è il Dio dell’amore?”.

Quello di Giuseppe è un percorso di approfondimento spirituale che lo fa entrare appieno nella complessa trama delle vicende umane e universali. Vive le illusioni della repubblica partenopea; assiste all’infuocata battaglia dei lucani contro i francesi e alla caduta di Maratea; soffre per la progressiva secolarizzazione del mondo. Percorre poi le vie del mondo: attraversa l’oceano e, parallelamente, naviga nei profondi pelaghi della coscienza, avventurandosi dentro i labirinti della storia del pensiero. In tutto ciò che lo circonda arriva a vedere e sentire la presenza di Dio: l’universo è un ineffabile tempio cosmico, all’incrocio tra storia e natura. La storia, a sua volta, è legata alla continua presenza della metastoria, questo corso parallelo di storia ideale che “concretamente significa il mirabile ma reale inserimento dell’infinito nello spazio e dell’eterno nel tempo”. È il respiro dell’oltre che travalica e illumina il mero, limitato contingente; è l’incommensurabile piano divino che si affaccia sul recinto feroce della vicenda umana. Giuseppe procede dunque a una “lettura provvidenziale” del quotidiano, a un inquadramento metafisico del tempo. Cerca e trova “segni” di rivelazione: basta saper vedere. La Bellezza, ad esempio, è linguaggio d’amore che parla di Dio, che avvicina a Dio, e Lo rivela a sprazzi. È claritas, riverbero di splendore ineffabile e soffio di mistero: percepita e goduta con commozione intima di spirito. È armonia, concordanza gioiosa tra il sé e il fuori di sé: va cercata dunque dentro noi. Cristo si dona continuamente come Bellezza, che salva per mistero d’amore. La realtà stessa è un quadro dipinto da Dio. A un certo punto, ad esempio, troviamo scritto: “La rappresentazione si era servita di tutti i colori, le luci, i toni, che natura ed arte avevan insieme apparecchiato sulla magica tavolozza del dipintore divino”. Si rileva una spiccata dimensione teatrale e scenografica – anche a livello terminologico – nell’approntamento del cronotopo esistenziale: le “scene” che si succedono con i loro interpreti – ad esempio “madre natura allestiva ad ogni ora del giorno una scena diversa”; o “le montagne parvero aprirsi come un velario teatrale su una scena meravigliosa, da tempo approntata da un’invisibile mano d’artista”; o Filippide e i suoi compagni, che sbarcarono “lentamente, con ogni cautela, come se entrassero nella scena di un teatro, da sempre allestito per un atto unico e inimmaginabile, che pure da tempo aspettava i suoi attori”. E c’è anche parecchia coralità in queste “scene”. Ad esempio: “Dal centro della piazza una donna elevò un grido straziante (…) stringeva al petto il suo piccolo figlio morto. Tutti allora smisero di combattere e le si fecero attorno, gemendo e imprecando contro i francesi”. La scrittura umana del tempo, messa in opera da Giuseppe, si confronta spesso con la scrittura vivente del mondo (come quaderno o libro di segni che svelano sentieri metafisici). Ad esempio “i terrazzamenti che disegnavano, come righe di quaderno, il monte”; o la stupenda falce di luna che “si incaricava di significare quella virgola, che il dipintore divino aveva appena abbozzato nel palpitante quadro della volta celeste, giusto per dire che in quell’universo etereo il discorso era appena cominciato e che il punto definitivo restava lontano”.

Il percorso spirituale di Giuseppe, che lo porta a una comunione intima con l’Assoluto, si completa nella mistica, ascetica solitudine in cui, tornato in Lucania dopo gli anni trascorsi in Argentina, decide di raccogliersi, eleggendo ad eremo l’isolotto di Santo Janni. È una scelta paradigmatica, in quanto ripercorribile da ciascuno: nella misura in cui ciascuno, da sempre, è compagno della propria solitudine. Dio si cerca e si trova dentro noi stessi. Dipende da noi, infatti: “il Verbo è dentro di noi, e sta a noi riconoscerlo per ascendere dalla verità dell’uomo alla verità di Dio”. L’isola anche è emblematica: è una sponda di finito da trascendere, circondata com’è dall’infinito. La solitudine spaziale consente quella dello spirito, attraverso cui è più agevole il colloquio con l’Assoluto. A Santo Janni Giuseppe restaura la piccola chiesa. La vicinanza di Dio lo porta a una palpitante tensione estatica: vive esperienze di bellezza ineffabile, di gioiosa beatitudine, di mistica, silenziosa corrispondenza. Dio gli parla, gli rischiara, gli rivela: gli apre il senso più profondo delle cose. È un fuoco ebbro nel cuore: una languida, eterea leggerezza. Un “oceano di arcadico stupore”. Per Giuseppe è un cerchio che si chiude e un mosaico che si compie: “Tutte le vicende della vita si rivelavano ora saldamente connesse e consequenziali tra loro, come grani di un’unica corona. V’era un legame profondo tra il prima e il dopo e l’intero svolgimento rivelava un progetto organico, quasi razionale”. Percorre così i sentieri dello spirito, i camminamenti dell’anima verso l’ineffabile armonia. Sprofonda nei meandri arcani e ancestrali della Storia. Verca la soglia del sensibile: è contemporaneo ad ogni tempo, non ha più limiti. Travalica i secoli, gli spazi interminabili del tempo. Entra in colloquio con ogni epoca. I suoi occhi si fanno “onniveggenti”, in grado di vedere l’invisibile svelato nel visibile. E sogna: entra sempre più spesso in questo stato di “nebulosa vaghezza” che è un canale e uno strumento di conoscenza ultrasensibile, di immersione negli abissi della rivelazione. Ed è presente a Greccio, quando Francesco allestisce il primo presepe; e vede il greco Filippide, discendente diretto del maratoneta, che sbarca sulla sponda italica e vive un edenico idillio d’amore con la bella Corina; e ripercorre il cammino di San Paolo, prima e dopo la conversione; e prova compassione per Isabella Morra, la sfortunata poetessa di Valsinni; e incontra l’imperatore Carlo V, etc. Appartiene al mondo, insomma: a tutto lo spazio e a tutto il tempo del mondo. Un’esperienza estatica che si traduce in un vertiginoso fiume in piena di riferimenti, di richiami, di echi culturali – che poi è anche il modus precipuo del narratore: analisi circostanziata all’interno di vaste sintesi.

La stanchezza progressiva del corpo non impedisce a Giuseppe di continuare senza tregua a perfezionarsi, ad acuire ulteriormente il suo “occhio di lince”, rendendo sempre più lucida e sicura la sua mente. Fino all’incontro terminale col Cristo di Luce: “dal catino dell’abside il Cristo, Bellezza incarnata, lo rapì nella sua luce abbagliante”. Lo trovano avvolto nel saio francescano, genuflesso ai piedi dell’altare: aveva appena celebrato la sua ultima messa – così, termina il romanzo. Di cui mi preme in conclusione rimarcare la concezione etica ed estetica incarnata da Sisinni nell’esemplare percorso umano di Giuseppe: improntata alle più alte idealità, ai più nobili valori dello spirito. Scelta sicuramente coraggiosa, nel suo consapevole anacronismo, e dunque tanto più valida e necessaria in questi tempi di crisi che stiamo a malincuore attraversando.

Marco Onofrio

 

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