È morto Antonio Debenedetti (Roma, 3 ottobre 2021). Ecco il “ritratto” che apre la monografia “Nello specchio del racconto” (2011), di Marco Onofrio. In memoriam

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Antonio Debenedetti è un uomo rigoroso. È questa l’immediata definizione con cui mi verrebbe, a tutta prima, di ritrarlo. E basterebbe già a distinguerlo dalla sciatteria e dal pressapochismo che “sorreggono”, oggi, le zoppicanti sorti della cultura, altrimenti satura di “esperti improvvisati”. Lui, no. Non lascia mai nulla al caso; se non quando gli serve per scrivere, il quanto che basta, abbandonandosi al mistero dei suoi doni e dei suoi incontri – destinati proprio a chi in genere non lo coltiva, non ne fa metodo – nelle “segrete stanze” del suo laboratorio creativo. Un uomo rigoroso: con gli altri, ma anzitutto con se stesso. Un asceta del mestiere letterario. La scrittura come pietra angolare di autenticità. Come strumento acuminato per saggiarsi, per modellarsi, per crescere: anche un po’ per darsi il tormento, per esigere il meglio di sé, dalla propria esistenza. Un meglio sempre relativo e perfettibile, che non contenta mai la matrice appunto incontentabile del cercatore. Anche perché, mentre pensa e si dice di averlo trovato, sta già alzando di un tot l’asticella: nuovo limite del salto nuovo che verrà. E così, prova dopo prova, questo atleta della scrittura che si allena per snellire il gesto creativo al limite della perfezione, cioè della sua essenza, fa della pagina bianca un campo di gara e di battaglia: un altare personale e laico di sacrifici, di rinunce, di esercizi spirituali: di sfide rinnovate con se stesso.

Andrebbe anzitutto evidenziato l’intellettuale che si annida e che traspira fra le pieghe dello scrittore. L’apertura e la portata internazionale della sua cultura di prima mano. Lo statuto di testimone diretto, di eventi, cose, persone – molti non sono più, e già a stento sopravvivono in memoria condivisa. Quest’ultima è quanto di più labile, oggi, malgrado i supporti e le immani possibilità di conservazione: sono tracce di gesso su una lavagna impolverata, che man mano sbiadiscono, sfumano, perdono risalto. Basterebbe verificare la cultura letteraria su un campione medio di studenti universitari, per rendersi conto di come è in genere illusorio dare per acquisito un certo patrimonio di conoscenze. Ebbene, Antonio Debenedetti è un emissario limpido, da fonti primarie non inquinate, di acque che non solo gli studenti ignorano, o non assaggiano con regolarità, ma di cui neppure manuali e libri di testo, spesso, recano traccia. E non si tratta soltanto di aneddoti, più o meno gustosi, ma degli echi di chi la letteratura l’ha respirata e l’ha vissuta fin da bambino, sino a farne vita e respiro, oltre che mestiere, anche da adulto. Dovrebbe scrivere una “Storia della letteratura italiana del Novecento”, Antonio Debenedetti, con il piglio felice e rammemorante che (risvolti edipici a parte) gli ha consentito di volgere in piccolo, delizioso capolavoro – Giacomino – il ritratto del grande padre. Da questo patrimonio vivo di ricordi strettamente intrecciati al proprio tessuto esistenziale (giorni, incontri e libri come parti di sé) emerge l’affabile e affascinante conversatore che molti hanno modo di ascoltare, in occasione di eventi pubblici o di interventi radiofonici e televisivi. Antonio è una miniera inesauribile.

È un uomo cortese, apparentemente socievole, talvolta timido: perfettamente a proprio agio in contesti culturali seri e stimolanti; piuttosto schivo, altrimenti, giacché refrattario da sempre alle fatuità cialtronesche dei salotti (che ormai, peraltro, non esistono più) e geloso della propria libera solitudine. Eppure, come ogni artista autentico, è anche abbastanza vanitoso. Potrebbe sembrare, benché di indole cordiale, piuttosto freddo e anaffettivo; ma lo è – se e quando lo è – per autodifesa dei propri sentimenti autentici, per interna fragilità, per esorcismo inconscio del dolore. Affronta, di solito, cose e persone con una certa tolleranza, ma diventa impaziente e può farsi brusco, spiccio di modi, quando capisce che qualcuno o qualcosa gli sta sottraendo tempo prezioso. Lui stesso si immagina e si definisce come una “corda di violino”: teso allo spasimo e sensibilissimo al tocco, dentro un’apparenza di grazia leggiadra, di limpida eleganza, di esile armonia. Sottile e lancinante come solo un violino può essere, quand’è suonato da un grande esecutore: come un dolore dell’anima, indefinibile, non localizzabile, ma acuto. Ed ecco allora quel suo essere inquieto, problematico, ipocondriaco, volubile, meteoropatico. Ecco spiegati i suoi repentini e imprevedibili sbalzi di umore, le svolte del pensiero, i cambi di rotta e volontà. Perennemente sospeso tra una quieta, distaccata signorilità, di ascendenza in parte aristocratica (lì c’è l’origine nordica, russa e piemontese) e una pugnace gagliardia di borghese implicato nel fare, appassionato nel contendere (lì c’è il giornalista che ha lavorato per vivere), e che nel parlare e nello scrivere si compiace talora di sorprendenti aperture popolaresche, di uomo concreto che non teme la battuta sapida di spirito, la replica diretta, corposa, spoetizzante, o anche il turpiloquio in via confidenziale, se necessario all’efficacia e alla prontezza espressiva (lì c’è il romano acquisito, nonché l’ammiratore della cultura romana e romanesca).

«Era proprio così che diceva Teresa, interpellando fragile come una tortora e suadente come una mignotta il marito della sua migliore amica!» (Un giovedì dopo le cinque, 2000, p. 22)

Dalle fessure lampeggianti dei suoi sguardi sornioni si ripercorrono, a doppio binario, tutte le stazioni intermedie fra gli estremi termini della dolcezza e dell’irritabilità. Antonio Debenedetti vigila con tagliente lucidità tutto ciò che lo circonda, ma lo fa senza parer di nulla. Ed è contraddittorio come un gatto: distaccato e appassionato, razionale e irrazionale, rigido e flessuoso, abitudinario e imprevedibile, domestico e selvatico al contempo. E rivendica il diritto di contraddirsi, ma anche di contraddire a sua volta, semmai, questa tendenza, nella più specchiata e lineare coerenza di stile, di pensiero, di comportamento. Vive le cose a cavallo dell’aporia che in genere le fonda, e che le manifesta, nella loro naturale complessità, agli sguardi acuti e intelligenti. Sempre sospeso tra le opposte equivalenze, ancorché deciso e fermo, fin oltre la crudeltà, nel dirimere a un certo punto il nodo e perseguire in fondo la sua scelta. Il pessimismo della ragione lo rende talora scettico e amaro, disincantato; l’ottimismo della volontà lo accende spesso di entusiasmi. Che però sono brevi come fuochi di fiammiferi. Accensioni estemporanee che si spengono in delusioni continue che peraltro non lo scalfiscono, non ne minano l’indipendenza del giudizio, e su cui passa indenne come attraverso macerie di sé. La sua percezione del tempo è costellata di “tuffi spezzati”. Preferisce tuttavia appartenere alla schiera dei “rari e insoddisfatti”, piuttosto che dei “mediocri e sazi”. È sempre alla ricerca, anche quando legge, di un “gioco” che lo possa divertire, scongiurando la minaccia incombente della noia e appagando, invece, la sua innata, famelica curiosità intellettuale e umana. Un gioco all’altezza dei suoi occhi accesi da ragazzo: in grado di mantenerli accesi. Ma non è affatto facile trovarlo. E allora finge di rassegnarsi alla quieta disperazione della prosa quotidiana, collezionando ferite, trafitture, delusioni, ma confidando ancora nella speranza non sopita e non pentita di trovarlo davvero, un giorno, quel gioco meraviglioso capace di divertirlo come non mai, per sempre.

Marco Onofrio
(da Nello specchio del racconto. L’opera narrativa di Antonio Debenedetti, 2011, pp. 9-12)

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